Possiamo davvero salvare il clima distruggendo i territori?

Riceviamo e condividiamo questo appello al Presidente della Repubblica invitandovi a sottoscriverlo:

Egregio Signor Presidente della Repubblica,
ci rivolgiamo a Lei in quanto garante della Costituzione, che all’articolo 9 affida alla Repubblica la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, riconoscendoli come valori fondamentali dell’interesse collettivo. Un principio che costituisce un cardine dell’ordinamento costituzionale e un limite sostanziale all’azione pubblica e privata.
Facciamo seguito alla petizione “In difesa del Codice dei Beni Culturali. Per una transizione ecologica attenta alla salvaguardia del territorio”, firmata da 100 prestigiose firme del mondo della cultura e già trasmesso alla Presidenza della Repubblica nei mesi scorsi, per aggiornarLa sugli sviluppi intervenuti successivamente al suo invio e sulle conseguenze che tali sviluppi stanno producendo sul piano giuridico, territoriale e istituzionale.
Vorremmo partire da una premessa fondamentale: la transizione ecologica è una necessità non negoziabile. Ridurre drasticamente le emissioni climalteranti e abbandonare il consumo di fonti fossili è un obiettivo che riguarda tutti. Ma proprio perché si tratta di una sfida epocale, non può essere affidata all’improvvisazione né piegata a logiche meramente speculative. Senza una pianificazione pubblica rigorosa delle aree realmente idonee ad ospitare gli impianti di produzione di energia rinnovabile, la transizione rischia di trasformarsi nel suo contrario: un’operazione industriale calata dall’alto, cieca rispetto ai luoghi, alle comunità e ai paesaggi che dovrebbe invece proteggere.
È quanto sta accadendo nel cuore dell’Italia centrale, tra Umbria, Lazio e Toscana, con il progetto eolico Phobos, promosso dalla multinazionale tedesca RWE. Phobos è uno di quei progetti che colpiscono per una sproporzione evidente. Le sette turbine previste superano i 200 metri di altezza: l’equivalente di grattacieli di settanta piani collocati non in un’area industriale, ma a ridosso di
borghi storici, lungo crinali agricoli, siti archeologici, città d’arte e paesaggi rurali rimasti intatti per secoli. È un cambio di scala radicale, che introduce nel cuore dell’Italia storica, infrastrutture concepite per tutt’altro tipo di contesti.
Provi a immaginare cosa significhi. Non stiamo parlando di quelle pale eoliche a cui il nostro sguardo si è ormai abituato: strutture con dimensioni importanti, ma comunque pensate per inserirsi – con maggiore o minore equilibrio – nel paesaggio rurale. Qui ci troviamo di fronte a un progetto talmente fuori scala che è difficile anche immaginarlo: gigantesche colonne meccaniche di acciaio,
alte quanto le torri delle grandi metropoli, visibili a decine di chilometri di distanza, che frammentano l’unità visiva e simbolica del territorio. Ombre rotanti che incidono il ritmo dei campi.
Un rombo basso e continuo che entra nelle case, nei corpi, nel sonno. A questo bisogna aggiungere: il consumo di suolo, l’impiego massiccio di cemento e acciaio, la realizzazione di nuove strade, piazzole, stazioni elettriche e sistemi di accumulo che finirebbero con il trasformare in maniera irreversibile un paesaggio abitato in una piattaforma industriale.
A rendere il progetto ancora più paradossale è un dato difficilmente contestabile: il vento non c’è. I dati mostrano che la disponibilità di vento è pari ad appena il 30% di quanto dichiarato dall’azienda.
Un territorio, dunque, non idoneo alla produzione eolica, come residenti e tecnici sostengono da sempre. Eppure l’impianto resta economicamente conveniente per il privato, grazie a un sistema di incentivi che garantisce sussidi fissi per vent’anni, indipendentemente dall’energia effettivamente prodotta. In assenza di vento, le pale girano poco o restano ferme; ma il flusso economico continua.
I profitti vengono privatizzati, mentre i costi – ambientali, sociali, paesaggistici – vengono distribuiti sulla collettività, finendo nelle bollette di tutti. Il bilancio ambientale è altrettanto allarmante: solo per le fondamenta delle sette turbine sono previste oltre 15.000 tonnellate di cemento, centinaia di tonnellate di acciaio e migliaia di tonnellate di sabbia. Materiali estratti, lavorati e trasportati con un enorme dispendio energetico, per un impianto che non restituisce alcun contributo significativo agli obiettivi climatici.
Da oltre due anni cittadini, agricoltori, operatori turistici, associazioni e amministrazioni locali sono impegnati in una battaglia civile, legale e istituzionale per evitare una trasformazione irreversibile del territorio. Non è una battaglia contro le energie rinnovabili. È una battaglia contro una applicazione distorta e speculativa della transizione energetica, che ignora le caratteristiche reali dei luoghi e le economie che li tengono in vita. Il progetto  interessa nello specifico i territori di Orvieto e Castel Giorgio ed è solo il primo tassello
di una pressione molto più ampia: altri sei progetti eolici e sette agrivoltaici sono già in attesa di approvazione. Nel raggio di circa 15 chilometri, tra Civita di Bagnoregio, il Lago di Bolsena e i borghi dell’Alta Tuscia, si parla di oltre 50 turbine industriali e più di 250 ettari di impianti agrivoltaici. Un effetto domino che rischia di ridisegnare l’intero assetto territoriale di una delle aree più integre del Centro Italia. In gioco c’è uno dei cuori identitari del Paese: il Duomo di Orvieto, Civita di Bagnoregio candidata a Patrimonio UNESCO, il Lago di Bolsena – luogo sacro della civiltà etrusca – e un paesaggio agricolo fertile, oggi animato anche da una nuova generazione
di agricoltori e da un turismo culturale di qualità. Un patrimonio non rinnovabile, costruito nei secoli dal dialogo lento tra natura e cultura. Una volta spezzato, non si ricompone.
Non a caso, contro il progetto Phobos si è levata una mobilitazione culturale senza precedenti. Un appello pubblico in difesa del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, firmato da cento personalità del mondo della cultura, dell’arte e della ricerca, ha denunciato con forza il rischio che questo intervento apra una breccia pericolosa nel sistema di tutele costruito in decenni di legislazione. Al centro dell’appello c’è la deroga alle fasce di rispetto previste a tutela dei beni storici, archeologici e paesaggistici e, più in generale, la violazione di un principio costituzionale fondamentale: l’idea che il paesaggio non sia un vincolo burocratico da aggirare, ma un bene primario, unitario e non rinnovabile, da salvaguardare nell’interesse collettivo e delle generazioni future.
A esprimere parere negativo non sono stati solo cittadini e intellettuali. Sul progetto si sono pronunciati in senso critico anche il Ministero della Cultura e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, segnalando l’incompatibilità dell’impianto con un contesto di altissimo valore storico e paesaggistico. Il Ministero dell’Ambiente e successivamente il Consiglio dei Ministri hanno invece espresso parere positivo. L’epilogo rischia di essere drammatico: la recente sentenza del Consiglio di Stato ha di fatto reso inapplicabili le valutazioni negative espresse dalla Regione Umbria che avrebbero potuto bloccare il progetto. Questa sentenza del Consiglio di Stato è stata definita da molti giuristi una sentenza “storica”, ma non in senso positivo: smantella gran parte delle tutele finora utilizzate per difendere il paesaggio, rendendo irrilevanti persino i pareri negativi espressi dalle Regioni. Un precedente che rischia di diventare un modello replicabile altrove, come se il paesaggio fosse un
ostacolo burocratico e non un bene costituzionale.
La domanda, allora, è semplice: possiamo davvero salvare il clima distruggendo i territori? Una transizione ecologica che non distingue tra luoghi idonei e luoghi da preservare, che non ascolta chi quei territori li abita e li cura, rischia di diventare una nuova forma di estrattivismo verde. Il caso Phobos non riguarda solo questa parte d’Italia. Riguarda il modello di futuro che scegliamo di costruire, e il prezzo che siamo disposti a pagare – o a far pagare ad altri – per chiamarlo sostenibile.

Siamo pienamente consapevoli del fatto che Lei non può intervenire direttamente sul piano giuridico o amministrativo in relazione a questa specifica vicenda. Tuttavia, in un momento in cui decisioni giudiziarie e scelte politiche rischiano di svuotare progressivamente di efficacia le tutele paesaggistiche, riteniamo che una Sua presa di parola pubblica possa avere un valore decisivo. Non per fermare un singolo progetto, ma per riaffermare un principio generale: che la transizione ecologica non può e non deve avvenire in deroga alla Costituzione; che il paesaggio non è un ostacolo allo sviluppo, ma una risorsa primaria e non rinnovabile; che la tutela del territorio è parte integrante di qualsiasi idea credibile di futuro; che l’individuazione delle aree idonee ad ospitare gli
impianti di produzione di energia rinnovabile deve essere costruita in accordo con gli enti locali e attraverso il coinvolgimento attivo della popolazione.
Difendere il paesaggio oggi significa difendere un bene comune che non appartiene solo alle comunità locali, ma all’intero Paese e alle generazioni che verranno. È in questo spirito che Le chiediamo di considerare quanto esposto come un appello alla responsabilità istituzionale più alta, affinché il principio costituzionale di tutela del paesaggio non venga progressivamente eroso in
nome di una transizione ecologica ridotta a mero dispositivo industriale.
Con stima,

le associazioni e i comitati territoriali impegnati nella difesa dei territori e nella promozione di una transizione ecologica fondata sulla
tutela del paesaggio e sul rispetto dei luoghi abitati.

COMITATO ALFINA VIVA

Scarica qui il comunicato:

lettera PHOBOS – comitati