Venezuela, intervista ad Edgar Serrano

Edgar Serrano è un docente venezuelano che lavora presso il Master in Local Development all’Università di Padova ed è un socio Recosol dal 2024. Quello che segue è uno stralcio di  una sua intervista realizzata da Jacopo Pozzoni per Global project.

Nella notte tra venerdì 2 e sabato 3 gennaio, un’azione militare promossa da Donald Trump ha portato alla cattura del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e di sua moglie, Cilia Flores. Un simile evento, che ha portato tutte le testate internazionali a parlare di imperialismo, apre dei forti interrogativi sia sul piano interno in paesi come gli Stati Uniti e il Venezuela, che su quello globale, soprattutto dopo che il presidente statunitense ha annunciato mire verso la Groenlandia e ha minacciato altri paesi dell’America Latina, come Messico, Brasile e Colombia.

La grande questione da dirimere è capire quali sono le intenzioni di Trump. Tante e diverse tra loro sono le motivazioni che sono state proposte per spiegare i recenti sviluppi: la ricerca del controllo sul greggio, la lotta al narcotraffico, la dichiarazione esplicita di una ripartizione del mondo tra  grandi potenze o, più semplicemente, un atto di forza per distrarre dalle insoddisfazioni interne. Ognuna di queste ragioni – e tante altre – andrebbe approfondita nello specifico. Cosa si può dire di questo approccio agli esteri di Trump, questo “Corollario Donald” alla Dottrina Monroe? Si può infatti dire che l’ultimo anno non dimostri solo l’incoerenza del presidente statunitense rispetto alle sue promesse non-interventiste, ma un vero e proprio scarto rispetto al primo mandato.

Con l’arrivo di Donald Trump al secondo mandato, il presidente si presenta con una maggiore chiarezza — almeno dal suo punto di vista — su ciò che accade nel mondo, per due ragioni fondamentali. Innanzitutto, Trump può contare su un supporto teorico e ideologico più strutturato rispetto al passato: da un lato quello elaborato dall’universo QAnon, un insieme eterogeneo di teorie complottiste e ambienti ultra-conservatori che hanno contribuito a radicalizzare una parte significativa della sua base; dall’altro il movimento dei MAGA, che non è soltanto una sigla elettorale, ma un vero e proprio movimento di opinione. Il mondo MAGA ha prodotto cultura politica conservatrice, narrazioni identitarie e proposte concrete di programma, trasformandosi progressivamente in una piattaforma ideologica riconoscibile. Non a caso, questo impianto si è condensato nello slogan e nella dottrina dell’“America First”: l’idea che gli Stati Uniti debbano smettere di occuparsi dei conflitti internazionali e delle crisi globali per concentrarsi esclusivamente sulla risoluzione dei problemi interni. È proprio su questo progetto politico — isolazionista, nazionalista e fortemente identitario — che Trump ha costruito e consolidato il suo consenso elettorale.

Ma quando è entrato al governo si è accorto del cambiamento globale a cui stavamo assistendo: si è trovato una potenze senza forza, senza capacità di influenza, completamente in svantaggio rispetto alla modalità con cui stavano avanzando altre potenze come la Russia, la Cina, ma in particolare i BRICS. Questi attori stavano modificando la modalità di fare mercato soprattutto con le economie emergenti. Per questo, già nel mese di agosto 2025 — quindi non recentemente — venne elaborato un programma volto a rilanciare la dottrina Monroe, che Trump ha poi ribattezzato provocatoriamente “Don-roe”. L’obiettivo era duplice: da un lato denunciare l’eccessiva penetrazione cinese e russa in America Latina; dall’altro recuperare una lettura storica e geopolitica secondo cui quell’area del mondo rientrerebbe naturalmente nella sfera di dominio e di influenza nordamericana.

Parallelamente, mentre nel dibattito pubblico si continuava a parlare di una presunta realtà multipolare, si andava invece consolidando una sorta di triarchia fondata sulla delimitazione delle aree di influenza tra le grandi potenze. L’intesa, nei fatti, appariva piuttosto esplicita: agli Stati Uniti veniva riconosciuta l’area emisferica latinoamericana; alla Cina veniva lasciato margine di manovra su Taiwan; alla Russia il controllo sull’Ucraina e sull’insieme dei paesi satelliti dell’area euroasiatica. Il mondo veniva così ripartito per sfere di influenza, con l’obiettivo di garantire una gestione relativamente pacifica dei rapporti di forza. È in questo quadro che si colloca anche il caso del Venezuela, rispetto al quale Russia e Cina si sono limitate a prese di posizione tiepide, senza andare oltre. In questa situazione, ci si pone la domanda del ruolo degli organismi internazionali….

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https://globalproject.info/2026/1/la-logica-della-forza?fbclid=IwY2xjawPVf0tleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETFNWUhnNkJRZVNiS2R3RjI0c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHvu4p6fx2xhxzImpnDSEzmv_tgg-d0fKXqExbZd_dZOh0FAdTbslkM4y5tG0_aem_S_w5p0iNvavccUfSsbbVDQ